
10.05.2017
Il triangolo no
Autore: Gabriele Gruppo
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L’ultimo lato del triangolo, l’Europa, è quello che meno conta a livello planetario nei nuovi assetti geopolitici del XXI secolo, in quanto “vaso di coccio tra vasi di ferro”, rispetto agli Stati Uniti, o alla Russia, per quanto concerne il nostro focus, al Giappone, o alla crescente importanza di soggetti emersi grazie alla globalizzazione; Cina in primis.
Nel corso dell’ultimo decennio il Vecchio Continente ha patito le nefaste conseguenze di un processo d’integrazione economico/politica pensato in un quadro di “staticità dinamica”, dove lo sviluppo economico di nuove realtà planetarie doveva essere il preludio per un’armonizzazione dei mercati, via via sempre più articolati ed interconnessi, in cui le potenze tradizionali dell’Occidente, motore della globalizzazione, avrebbero concesso spazi per una sorta di “dialogo” multilaterale organico, in cui si sarebbero dovute imporre le regole del neoliberismo economico, viatico di sviluppo, seppur declinate ed applicate a seconda del tipo di realtà politica o di necessità sistemica contingente ai singoli Stati extra-occidentali. Ciò spiega il motivo per cui, ad esempio, l’autoritarismo politico in Russia o in Cina, o l’arretratezza del sistema di governo saudita, pur ricevendo critiche formali dall’Occidente nel suo complesso, non sarebbero mai stati contrastati in modo radicale, in quanto funzionali al progetto complessivo.
La fine della “staticità dinamica”, che coincide con l’avvento della crisi economica del 2007/2008, da noi sempre vista come un punto di rottura nei piani di armonizzazione globale, ha significato per l’Europa la fine del processo d’integrazione così com’era stato pensato a cavallo dei due secoli, e l’emergere di vistose incongruenze nelle fondamenta stesse di quel “sogno europeista”, partito con i Trattati di Roma del 1957 e che, dopo sessant’anni esatti, si può dire ampiamente fallito in tutte le sue premesse e velleità.
Il Vecchio Continente è ripiegato su se stesso, incapace di ripensare il processo unitario da un punto di vista delle identità nazionali, etniche, e culturali, arroccato all’euro e ai trattati economici UE in modo dogmatico, costretto a subire i diktat di una vera e propria cupola mondialista che anela di sostituire i popoli europei già da molto tempo, attraverso flussi migratori allogeni sempre più incalzanti, meticciato e snaturamento strutturale nella composizione demografica. L’economia stessa d’Europa vive in uno stato di perenne oscillazione; tra i surplus commerciali dell’export germanico, e la stagnazione d’Italia e Francia.
La tenuta stessa dell’Unione è ormai posta in discussione ad ogni criticità internazionale che, invece d’esser affrontata con uno spirito collaborativo tra gli Stati membri, fa emergere tutte le differenze tra gli Stati fondatori e quelli di più recente adesione.
Tutti temi da noi già affrontati in passato, anche in quello più recente, che sommati ci fanno tirare delle somme non certo lusinghiere.
L’Europa, così com’era stata pensata, ovvero una sorta di gigante economico globalizzato e di super potenza morale a livello politico mondiale, non vedrà mai la luce, anzi, la sua stessa esistenza, frutto di bizantinismi e di mediazioni continue, ha gli anni contati.
I due lati del “triangolo no”, Stati Uniti e Russia, nutrono la volontà di rendere subalterno, in toto o in parte, il lato più debole; quello del nostro continente. Per Mosca e Washington, l’Europa è una pura espressione geografica, su cui esercitare pressioni, ingerenze, un tavolo da gioco sempre meno importante, ma che, facendo un parallelismo storico ardito, potrebbe essere del tutto simile a ciò che era la Grecia ultima per i romani conquistatori: una preda di prestigio, ma dall’utilità molto approssimativa.